Fonda-FaberQual è il miglior metodo per decidere in gruppo? Come spesso accade, di fronte a domande come questa, ci troviamo spontaneamente a fare correre il pensiero con grande velocità verso la formulazione della risposta e le sue possibili argomentazioni. Ma questo modo di fare, anche se ha il vantaggio della velocità, non tiene conto del fatto che oltre che pensare alla risposta occorre pensare anche alla domanda.

Non è detto che il mio criterio per dire che un metodo di decisione è migliore di un altro, o il migliore in assoluto, sia lo stesso anche per le altre persone ( e in particolare per quelle persone con cui, ogni tanto, devo” decidere in gruppo”). E non è detto che ciò che per me significa “decidere” corrisponda a quello che significa anche per gli altri.

È questa una manifestazione del consueto inciampo nelle implicazioni della nostra “teoria della mente degli altri”. Senza fatica, riconosciamo che condividiamo con gli altri esseri umani molti aspetti della nostra vita mentale. Uno dei più evidenti di questi aspetti, sebbene talvolta anche il più ingannatore, è proprio il linguaggio che ci appare uguale nell’uso delle parole, ma che potrebbe non esserlo nella rete di legami associativi con altre parole e concetti che usiamo per dare significato a quelle stesse parole. Sulla base della condivisione di alcuni aspetti della vita mentale, tendiamo a credere che anche altri aspetti dello stato mentale degli altri siamo per noi facilmente “leggibili”.

Questa è l’essenza della ingenua “teoria delle mente” con cui guidiamo le interazioni con le altre persone. In base a questa teoria, agiamo come se sapessimo che cosa gli altri pensano e come si sentono.

È una teoria della mente ingenua, ma non stupida. In effetti, il più delle volte essa funziona (e non può che essere così, se no, non la useremmo). Ma anche se sappiamo che “il più delle volte” non significa “sempre”, in effetti ci comportiamo affidandoci sempre (o, per meglio dire, con sistematica prevedibilità) alla nostra teoria della mente degli altri.

Qui sta l’ingenuità. E qui stanno le sue conseguenze non sempre vantaggiose. Se io do un significato all’espressione “migliore metodo di decisione” e mi comporto coerentemente all’idea che anche gli altri diano lo stesso significato, quando capita che i significati non sono così simili, e nemmeno convergenti, è la decisione collettiva che diventa difficile e inefficace.

Torniamo alla domanda “qual è il migliore metodo per decidere in gruppo?” Se vogliamo evitare le implicazioni svantaggiose, conviene non correre troppo velocemente alla risposta e chiederci se il significato alla domanda che ci appare ovvio non meriti una riflessione più accurata.

E, dunque, che cosa intendiamo con “migliore metodo di decisione”?

Migliore” in base a quali criteri? Di efficacia (rapporto tra obiettivi raggiunti e obiettivi prefissati) o di efficienza (rapporto tra risorse impiegate e risorse disponibili)? Oppure in base a quale prospettiva temporale, ovvero guardando la decisione dalla prospettiva temporale ex post che, per la conoscenza di come sono andate le cose dopo la decisione, ci espone al rischio del pregiudizio del senno di poi; oppure guardandola dalla prospettiva delle cornici cognitive, che talvolta sono molto vincolanti, presenti mentre il processo decisionale ha luogo? O, ancora, in base a quale capacità di coinvolgimento attivo di ciascuno nelle decisioni prese con gli altri?

Metodo”. Approccio normativo: si tratta anche per gli altri, come appare a me, che il metodo sia una procedura per decidere insieme agli altri la soluzione ottimale e che non ci sia da fare altro che individuare questa procedura e attenersi a essa? Oppure, approccio descrittivo: si tratta anche per gli altri, come appare a me, che il metodo non è una procedura da seguire, ma un esercizio di consapevolezza di diversi stili che potremmo seguire e della negoziazione che inevitabilmente avrà luogo durante la nostra interazione?

Decisione”. Tanto è facile convergere tutti insieme sul significato di decidere come esercizio di scelta tra opzioni, tanto è difficile dedicarsi alla moltiplicazione delle opzioni (a partire dalla accettazione di considerare quelle degli altri). E altrettanto difficile è per tutti accattare un variabile accostamento tra decisione come processo e responsabilità (soprattutto quando alle decisioni come risultato sono associate responsabilità giuridiche, in alcuni casi anche condizionate dall’incombenza di una sanzione).

Che cosa c’entrano queste considerazioni con la sicurezza? Io dico che c’entrano e lo argomenterò nel corso Safety Team Building a Milano il 16 marzo 2016.

Sul “pensiero di gruppo”, si veda il film La parola ai giurati (12 Angry Men) di Sidney Lumet del 1957, con Henry Fonda.

Sulla “orribile varietà delle superbie della maggioranza”, si ascolti Smisurata preghiera (Fabrizio De André e Ivano Fossati), ultima traccia dell’album Anime salve, 1996.

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Percezione del Rischio
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